WHERE EVERYBODY KNOWS YOUR NAME

Che fine hanno fatto gli spazi terzi?

Central Perk, Friends

C’è una fantasia ricorrente nella cultura pop: un luogo in cui entri e qualcuno conosce già il tuo nome. Un posto dove il barista ti saluta, si ferma a chiacchierare con te mentre prendi il caffè, dove senza appuntamenti fissati e senza messaggi WhatsApp trovi almeno una faccia amica. Un posto dove il peso della giornata si allenta, dove non sei più soltanto il tuo ruolo e, per un attimo, il luogo intorno a te — e il modo in cui è progettato — ti aiuta persino a dimenticarlo.

Vi è mai capitato di non avere una risposta, un’idea, poi sedervi in un posto che non vi chiede niente e vedere quella risposta arrivare quasi da sola? Di sbloccare una parte di voi, una piccola identità nuova, l’idea di comprare un abito diverso, iniziare un nuovo hobby, proprio nel momento in cui meno ve lo aspettavate? La voglia di scrivere a qualcuno per chiarire, per riallacciare, per chiudere. Oppure, più semplicemente, la possibilità di stare nel presente.

La sigla storica di Cheers (1982) lo diceva in modo allegro e perfetto: sometimes you wanna go where everybody knows your name. Dai diner e dai drive-in di American Graffiti, al Central Perk di Friends, il locale di Luke in Gilmore Girls, fino al McLaren’s di How I Met Your Mother, ritorna sempre la stessa promessa: un luogo dove fermarsi e sospendere il ritmo del giorno. E sì, con “ruolo” non si intende solo quello che abbiamo al lavoro, ma anche quello che ci portiamo dietro a casa, in famiglia, nelle abitudini quotidiane, perfino con chi amiamo.

Cosa sono i Third Places? Little rewind

Luke’s diner, Gilmore Girls

Ray Oldenburg, nel saggio The Great Good Place (1989), li chiamava proprio così: Third Places, spazi terzi. Luoghi su neutral ground, quindi spazi neutri e accessibili, ma anche leveling places, luoghi “livellatori”, di cultura e accesso orizzontali. Per Oldenburg erano luoghi con regole precise: conversazione come elemento centrale, tono leggero, presenza di habitué, e un posto che finisce per somigliare a una home away from home, una casa lontano da casa.

Non sono semplicemente spazi “in mezzo” tra casa e lavoro. Sono luoghi altri, con regole diverse e con una qualità diversa del tempo.

È un immaginario ben cristallizzato dalla cultura americana — dai diner anni ’50 alle caffetterie da sitcom, ai bar di quartiere — ma sarebbe sbagliato pensare che esista solo lì. In forme diverse, questi luoghi ci sono sempre stati. In Francia, per esempio, alcuni caffè vennero definiti “università a un penny”, proprio per la loro natura di incontro sociale e scambio culturale: al prezzo di un caffè si aveva accesso anche a una conversazione, a un confronto, a una piccola comunità temporanea.

Tante regole Oldenburg. Valgono tutte, oggi?

Bryant Park, New York, group yoga session

Non del tutto. E non solo perché oggi si parla di una vera e propria crisi degli spazi terzi, ma anche perché le esperienze si sono fatte sempre più ibride e i luoghi fisici stanno ancora cercando una soluzione per stare al passo.

Permanenze più brevi, luoghi sempre più legati al consumo, più difficoltà a stare oltre la consumazione — quante volte abbiamo visto su un tavolo la dicitura “sostare solo per il tempo della consumazione”? — perché, giustamente, non tutti i bar sono automaticamente third places se non strutturati come tali. E senza dimenticare una fatica, quasi un disagio sociale personale, a sostare in un posto senza una funzione immediata.

C’è poi una dimensione acuita dal post-pandemico: non sempre il fatto che qualcuno conosca già il tuo nome, o che il barista ti saluti davvero, è automaticamente rassicurante. A volte diventa quasi un piccolo disagio contemporaneo. Entriamo in un bar anche con il desiderio di scomparire per un attimo, di smettere di essere “individui sociali”.

La letteratura recente sulla salute mentale dei giovani nel post-pandemico parla infatti di un quadro più complesso e spesso più fragile. Il che si incastra con un altro fattore: molte delle attività sociali e lavorative che svolgiamo ci stanno abituando a una nuova libertà online, ma anche a un nuovo disagio quando si tratta di praticare relazioni umane normali, non mediate da tempo di riflessione e dallo schermo.

Eppure la mancanza di quegli spazi si sente. Si sente dopo un’intera giornata al computer, quando il burnout chiama da dietro l’angolo. Si sente quando, pur avendo avuto accesso a tutto, manca comunque qualcosa. Manca un luogo in cui stare senza produrre, senza dover essere immediatamente simpatici, senza la battuta o la risposta pronta, in pochi caratteri.

Uno studio del 2024 suggerisce che la vicinanza a forme di social infrastructure sia associata al benessere soggettivo degli abitanti, anche attraverso senso di belonging e coesione sociale. In altre parole: nello spazio terzo non contano solo i servizi offerti, ma le reti che permettono incontro, continuità, abitudine, antidoti alla solitudine, soprattutto nelle grandi metropoli, tramite pianificazione, cura del luogo, ideazione e un po’ di gusto personale.

Ne è un buon esempio un parco con una programmazione capace di far restare le persone in maniera mirata. Lo storico Bryant Park, a New York, offre oggi sedute di scacchi, giochi in prestito, ping pong, yoga di gruppo e altre attività gratuite: non è solo un bellissimo parco, come quelli delle rom-com classiche, ma uno spazio progettato e programmato per rendere possibile una permanenza sociale, anche in una città così caotica come la Grande Mela.

Gli spazi terzi non sono spariti: si sono trasformati

Osserviamo da vicino uno dei fenomeni più recenti, collegato alla sala cinema: uno spazio che non si limita più alla proiezione, ma che cerca sempre più di integrare la componente sociale — e anche la dimensione social — nella propria programmazione.

Esistono oggi spazi di socialità anche digitali. Community costruite intorno a piattaforme, pagine, ambienti condivisi in cui si crea un linguaggio comune, una continuità, una nicchia in cui sai di poter trovare qualcosa in cui riconoscerti. Anche se quel nome che una volta il barista conosceva, come nella sigla di Cheers, può diventare un nickname Tumblr-style e non quello anagrafico.

I digital third places non sono automaticamente il problema, anzi. Ma richiedono integrazione, distinzione, riconoscimento come luoghi davvero separati dalla performance, dal lavoro e dall’ottimizzazione. In una società in cui — tra smart working e doomscrolling continuo — casa e lavoro si stanno unendo sempre di più, il rischio è quello di non riconoscere più nemmeno i nostri spazi terzi quando ci passiamo dentro.

Da dove ripartire? Come riconoscerli?

È anche per questo che i film aiutano. Perché, come sempre, fanno qualcosa di speciale: rendono leggibile il presente prima ancora che la teoria lo definisca. In After Hours – Fuori orario, per esempio, la SoHo notturna smette di essere solo un quartiere e diventa uno spazio altro, con regole, ritmi e codici propri. Paul Hackett, il protagonista, ci entra, ma non riesce davvero a starci dentro senza continuare ad agire con i codici del giorno, del suo ufficio, perdendosi proprio quella dimensione che potrebbe liberarlo.

In Happy Days (1974), invece, i protagonisti — nell’ansia del futuro — si riunivano nel diner Arnold’s davanti a quei gelati quasi mitologici con la ciliegina sopra, cercando di capire qualcosa di più di sé, o altre volte semplicemente cercando di non pensarci affatto. In sottofondo, la musica del jukebox.

Parlare oggi di spazi terzi non significa solo rimpiangerli. Significa riconoscerli, capire dove siano, come siano cambiati e in che forma possano ancora essere reinventati. Prima, però, questi luoghi devono tornare a essere riconosciuti e rivissuti: nel cinema, nella letteratura, in un momento della giornata in cui ci accorgiamo di aver preso un caffè pensando finalmente a noi, a cosa ci fa stare bene, e di aver trovato lì, senza programmarlo, un piccolo spazio altro.

A noi la palla

Arnold’s Restaurant, Happy Days

La sfida, oggi, non è scegliere una sola forma, ma capire come farle dialogare: forma digitale e spazio fisico, bisogno di socialità e disagio sociale, politiche economiche dello spazio e iniziative sociali, ma soprattutto un dialogo tra istituzioni, cultura, urbanismo e comunità che permetta tutto questo. Perché sì, lo spazio terzo a volte nasce spontaneamente. Ma tante altre volte soffre proprio per mancanza di cura, di struttura, di intenzione e di visione creativa.

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