"No Good Men" di Shahrbanoo Sadat: come comprendere e ribaltare la Kabul del 2021 in tre punti chiave

Shahrbanoo Sadat e Anwar Hashimi in No Good Men

Con l’arrivo nelle sale italiane di No Good Men, opera d’apertura della Berlinale 2026, la regista Shahrbanoo Sadat ha compiuto un’operazione di ridefinizione teorica e politica — nel suo senso più ampio e vitale — fondamentale: scardinare la grammatica visiva eurocentrica per mostrarci una Kabul viva, complessa e lontana dallo stereotipo del puro trauma. Tre punti-chiave emergono nella sua architettura estetica e narrativa. 

1. Il sabotaggio dello sguardo occidentale: l'elemento geopolitico e il superamento del trauma

Jeremie Renner e Anthony Mackie in The Hurt Locker

Il progetto parte da un’esigenza di racconto profondamente personale della regista, da un amore per il proprio Paese e da un solido background nello studio del cinema-verità d'archivio. Nelle sue ultime interviste, Sadat ha espresso con durezza la necessità di rompere la tradizione eurocentrica e hollywoodiana che ha ritratto l'Afghanistan per decenni. Il cinema occidentale ha ridotto negli anni il Paese a un mero scenario esotico per narrare dinamiche belliche estranee (Rambo III, La guerra di Charlie Wilson), o ad un setting per raccontare il trauma del soldato straniero al fronte (The Hurt Locker, Lone Survivor): il territorio locale finisce per fare solo da sfondo per mostrare unicamente la psicologia militare occidentale lontano da casa.

Sadat si accorge che tale cinematografia ha sistematicamente e da sempre privato la popolazione locale di qualsiasi normale agentività quotidiana, congelandola per sempre nel ruolo bidimensionale di vittima o di minaccia. 

Da filmmaker Sadat scansiona non solo il cinema occidentale: rintraccia i limiti anche nella stessa filmografia afghana. La tradizione locale precedente al 2001 era infatti storicamente divisa tra melodrammi elementari di stampo bollywoodiano e pellicole prodotte solo per propaganda politica.

Solo dopo aver osservato entrambi i panorami, la regista decide che è arrivato il momento di ribaltare completamente il tavolo, di riscrivere la narrazione, scegliendo di affrontare la Kabul del 2021 in maniera inaspettata: attraverso i codici della commedia romantica.

Il genere diventa così lo strumento per restituire ai personaggi archi narrativi complessi, ironia e diritto al respiro anche in un quotidiano drammatico, in un momento in cui quel poco di respiro urbano della capitale afghana si stava per scontrare con un domani intricato: il ritorno dei talebani e l'oscurantismo che ne segue. Sadat inserisce nel film immagini d'archivio rimaste impresse nell’immaginario collettivo del 2021: il ritiro delle truppe americane, le file di persone accalcate in fuga, gli annunci di Biden al telegiornale. Rimasto impresso per un certo limitato periodo di tempo, verrebbe da aggiungere, ma questa è “un’altra storia”.

Una scelta, quella della rom-com intrecciata al cinema verità, che Sadat ha dovuto difendere con tenacia davanti ai rifiuti di enti e produzioni che ritenevano "inappropriata" una chiave stilistica di tale stampo. In un mercato privo di produttori disposti a scommettere sul nuovo, la regista ha imposto con fermezza la sua visione da filmmaker. 

2. I meccanismi della Newsroom Comedy: l'elemento cinefilo e la satira del microcosmo lavorativo

Rosalind Russell e Cary Grant in His Girl Friday

L’operazione formale è un disegno geometrico di rara intelligenza, mosso da una profonda passione cinefila. Sadat innesta i meccanismi del flirt urbano tipico della Newspaper Romance e i ritmi della screwball Newsroom Comedy classica sul tessuto rigoroso del cinema del reale. Il pensiero corre immediatamente a Howard Hawks che nel 1940, con His Girl Friday (La signora del venerdì), rivoluzionò in maniera brillante lo schermo attraverso dialoghi frenetici e la centralità di donne in carriera capaci di dominare l'ambiente giornalistico, offrendo al pubblico una figura femminile forte all'indomani dello sfondo e della disillusione della Grande Depressione. 

Non solo cinefilia: in No Good Men, l’ironia sottile della newsroom comedy diventa lo strumento per far emergere la banale ipocrisia della redazione di Kabul News e in generale dei contesti lavorativi: Naru è inserita in un microcosmo apparentemente progressista, ma che di fatto tenta di confinare lo sguardo autonomo, relegandola a servizi considerati minori, come il reportage su San Valentino o la copertura video di eventi collaterali.

3. La struttura del sistema e la postura del rifiuto: l'elemento politico ed esistenziale

Shahrbanoo Sadat e Anwar Hashimi in No Good Men

«Ho capito solo anni dopo che stavo facendo un film femminista», ha dichiarato la regista. Il titolo No Good Men non costituisce un attacco biologico al genere maschile, ma una radiografia ironica del sistema infrastrutturale in cui le sue stesse coetanee vivono, un quadro molto più ampio della semplice questione di genere: una vera questione sociale. Naru è in grado di mappare i meccanismi di quel sistema e sottrarsi alle dinamiche asimmetriche. La scena del controllo degli effetti personali è emblematica: Naru esige che la sua borsa venga ispezionata formalmente dai soldati ai checkpoint, esattamente come quella del collega Qodrat. Un modo di rifiutare le scorciatoie della finta galanteria. Naru (interpretata proprio dalla regista) comprende benissimo che accettare un "favore" informale nasconde un prezzo politico molto più alto, irriconoscibile anche alle coetanee. 

E in qualche modo, oltreoceano, torna in mente l'eco di Working Girl (Una donna in carriera, 1988), nella caparbietà della protagonista nel dimostrare come il mondo delle relazioni e del lavoro non siano uno spazio in cui accettare condizioni subalterne, integrate per inerzia del sistema.

La bravura di Sadat sta infine nel mostrare che le costrizioni strutturali in un contesto sociale così complesso finiscono per intaccare tutti, uomini e donne. Il giornalista Qodrat non è un antagonista, ma un uomo integro che valorizza l'indipendenza e rispetta il talento della protagonista, mostrandole un’alternativa a ciò che la circonda.

Eppure, ci mostra Sadat, lui stesso è parte di un sistema che lo ha incastrato in una forma di vita preconfezionata e che, nonostante la buona predisposizione, offusca in determinati punti la sua stessa capacità di giudizio. Tramite la stessa scena dei controlli Sadat sottolinea in maniera semplice la fatica del collega nell’integrare fino in fondo le parole d’assalto di Naru. Qodrat, sembra dirci Sadat, può ancora permettersi di scegliere le sue battaglie.

Nonostante tutto, nonostante i compromessi, la fatica nel comprendersi fino in fondo, Naru troverà la forza per guardare al domani proprio tramite quella strana alchimia: la sua caparbietà e una forma di amore altra, quella di Qodrat, che riesce ad andare oltre il proprio interesse e il sistema che lo circonda. Due elementi incompleti, se divisi: una in assalto, uno in retromarcia, ma forti nella forma di binomio.

Come rom-com e cinema-verità, in fondo.

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