Camelot non è mai finita: JFK Jr. e Carolyn Bessette Kennedy

Quando Jacqueline Kennedy Onassis, una settimana dopo Dallas, parla con un giornalista di Life, decide di usare una parola che tutti intorno a lei le avevano sconsigliato per descrivere quello che era stata la presidenza Kennedy: Camelot.

È una parola che viene da un musical che John F. Kennedy amava, ma in quel momento non è solo una citazione: è una scelta consapevole.

Jackie capisce che, considerando tutto quello che sarebbe venuto dopo — gli scandali, le riletture politiche, semplicemente il tempo — era necessario costruire un racconto che potesse sopravvivere a tutto, serviva immaginare una metafora emotiva per costruire un ideale. Una forma di controllo del racconto (quello che oggi chiameremmo spin doctoring), cioè la costruzione e gestione strategica della narrazione pubblica, per decidere cosa sarebbe rimasto.

Serviva qualcosa che fissasse quell’esperienza come irripetibile, come dirà: un “brief, shining moment” che nessun’altra amministrazione avrebbe potuto eguagliare, come il regno di Camelot e re Artù, universale per il pubblico, semplice e riconoscibile.

Così Jackie interviene sull’intervista, ne controlla il tono, insiste su quell’immagine contro l’opinione di tutti, protegge Kennedy da quello che lei stessa definiva il rischio di essere raccontato dai “bitter people”, da chi avrebbe potuto smontarne la figura: non per pura memoria emotiva, si badi, ma per una decisione narrativa consapevole, di quella legacy di cui lei era parte.

Anche nei gesti più iconici, come il rifiuto di togliersi il tailleur rosa macchiato di sangue — “voglio che vedano cosa hanno fatto a Jack” — si tiene insieme quella doppia dimensione, il dolore e la consapevolezza di essere dentro uno sguardo pubblico.

I Kennedy diventano così una narrazione cristallizzata nel tempo, anche sul piano immaginifico ed emotivo, e Jackie prova a chiuderla lì, a limitarne le successive riscritture. Quella narrazione però, a un certo punto, cambia.

Quando Jackie sposa Aristotle Onassis, la reazione dell’America è fortissima: è il tradimento di Camelot, perché nel frattempo Camelot non apparteneva più solo a lei ma anche al pubblico, proprio come lei aveva contribuito a far credere.

Il passaggio da Jackie Kennedy a “Jackie O.” segna quel cambiamento, e anche lì Jackie sa perfettamente cosa sta facendo, sta riscrivendo ancora una volta la propria posizione dentro quella narrazione.

Anni dopo tornerà a lavorare sul racconto in un altro modo, come editor, dentro il mondo dell’editoria e della costruzione culturale.

Perché ne riparliamo oggi?

Perché da mesi, sui social, i Kennedy sono tornati, ma non quelli di Camelot. Quelli di John F. Kennedy Jr. e Carolyn Bessette-Kennedy.

La serie di Ryan Murphy ha riportato al centro una storia che era già rimasta nell’immaginario degli anni ’90, quella del figlio d’America — il bambino davanti alla bara del padre — da cui ci si aspettava un’altra carriera politica e che finisce per essere “il bello bocciato”, incapace di superare l’esame da avvocato e incerto su cosa voler fare davvero del suo futuro.

Accanto a lui, una donna che non rientra in nessuna aspettativa, arrivata da un altro mondo — quello degli uffici di Calvin Klein negli anni ’90, dove lavorava come pr — e rimasta nell’immaginario collettivo per quello stile minimal, elegante, difficile da ridurre a una formula.

Sui social, però, non si parla solo della loro storia, nonostante il titolo della serie “A Love Story”. Si parla di come viene reinterpretata.

Prima di tutto, lo stile.

Carolyn viene imitata ovunque, anche da intere campagne marketing, cappotti, linee pulite, tagli sartoriali netti, colori neutri, e allo stesso tempo una parte dei social continua a ripetere che quello stile non sia replicabile, nonostante i tentativi e i continui video su come metterlo insieme.

Perché non si tratta solo di vestiti, è una scelta, un modo di gestire l’esposizione.

Carolyn passerà da un guardaroba più colorato, prima di JFK Jr., a uno più scuro, più chiuso, e se da una parte viene accostata a Jackie per una presunta eleganza in comune, in realtà la funzione è opposta.

Jackie costruisce un’immagine per il pubblico, dai tailleur colorati alle estati a Cape Cod, mentre Carolyn usa tubini, camicie bianco e nero per contenere quell’immagine e per provare a sottrarsi.

Di Carolyn restano i tentativi di tenere tutto più privato possibile, le richieste del marito alla stampa di rispettare “quella che fino a poco prima era una privata cittadina”, i fotografi accampati fuori dal loft di Tribeca, e il tentativo continuo di sparire. Insomma, due modi diversi di stare dentro la stessa macchina.

Il secondo livello è quello degli edit.

La serie ha generato una quantità enorme di montaggi sulla coppia, sulle interviste, sui pochi momenti pubblici, accompagnati spesso dal testo di American Wedding di Frank Ocean, una rilettura dell’immaginario di Hotel California degli Eagles, quell’idea di America in cui puoi entrare quando vuoi ma da cui è difficile uscire davvero.

Le questioni etiche, Lady D e la politica

L’altro lato della medaglia è il caso di Daryl Hannah, relazione precedente di JFK Jr., che critica apertamente la sua rappresentazione, non essendo stata consultata e ritrovandosi descritta in un modo in cui non si riconosce.

Si aprono così questioni più ampie, anche etiche, su quanto una persona reale possa essere riscritta per esigenze narrative, anche quando si parla di “libera ispirazione a fatti reali”.

Un altro livello attraversa tutta la serie, il parallelismo tra Carolyn Bessette e Lady D, la pressione mediatica continua, le crisi, il momento in cui tutto diventa ingestibile e la difficoltà di reggere quello sguardo pubblico.

E poi JFK Jr. e il tentativo di reinventare la politica, fonda George, una rivista che unisce politica e cultura pop ma fatica a trovare una collocazione, ma che sembra riscuotere — almeno come idea — una buona dose di curiosità sui social.

Ne emerge una narrazione in cui entrambi, a modo loro, hanno cercato di costruire uno spazio proprio senza aderire completamente a quel ruolo ma senza esserne del tutto passivi.

Tra Camelot e l’Hotel California

Eppure, nonostante tutto, la narrazione è andata avanti lo stesso, anche oggi, anche nella forma dei social: immagini, montaggi, commenti e opinioni.

Nella serie, gli ultimi momenti vengono ricostruiti come una discesa nel buio, l’aereo che JFK pilotava che a un certo punto scompare dai radar, facendo perdere le tracce dei due nella notte, un’immagine che ha portato anche al complottismo e alle derive di chi li immagina vivi, solo lontani da tutto.

In fin dei conti, finisce per non contare più la realtà, come non contava fino in fondo per Jackie, dopo Dallas, nel descrivere quella presidenza. È lì che si torna sempre, a quella costruzione iniziale, al regno immaginario di Camelot, che nel tempo si è trasformata, ha cambiato forma, si è spostata dentro altri linguaggi, fino ad assomigliare sempre di più a quell’immaginario di Hotel California, un luogo in cui puoi entrare quando vuoi ma da cui non puoi davvero uscire.

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